Il 21 gennaio la stampa riportava che una coppia pakistana voleva obbligare la figlia Saman Abbas a sposare un cucino in Pakistan e la ragazza di 17 anni li aveva denunciati. Così lei è stata affidata ai Servizi sociali, che l’hanno allontanata d’urgenza dalla casa familiare e collocata in una struttura protetta. Poi, però, la ragazza, diventata maggiorenne, ha perdonato i genitori ed è tornata in famiglia, cui evidentemente era legata da un rapporto di odio e amore. Il 25 maggio si è saputo dai Carabinieri che la ragazza era scomparsa, e purtroppo lo si è saputo con grande ritardo, grazie alla segnalazione di un agente che si è fatto delle domande, mentre i servizi sociali non si erano più preoccupati di lei, una volta fuori dalla casa protetta ognun per sé.

Secondo gli investigatori, Saman Abbas potrebbe essere stata uccisa dallo zio 33enne Danish Hasnain dopo essere stata consegnata dai genitori Shabar Abbas e Nazia Shaheen. L’omicidio, scrive la Gazzetta di Reggio, risale al 30 aprile e il giorno prima, stando alle registrazioni delle telecamere di sorveglianza dell’abitazione, tre persone sarebbero uscite con pale e attrezzi da lavoro, per scavare una buca. Gli iscritti nel registro del sostituto procuratore Laura Galli attualmente sono cinque: i genitori, lo zio – tutti e tre sono (scappati?) in Pakistan – e due cugini, di cui uno arrestato domenica a Nimes, in Francia mentre tentava di raggiungere la Spagna. I cinque sono accusati di omicidio e occultamento di cadavere.

È incredibile perché la storia di Saman è stata ignorata non solo dalla sinistra (terrorizzata di essere accusata di razzismo), ma anche dalle finte femministe, invece sensibilissime alle accuse di attrici ricche, belle e famose che dalle loro case milionarie si dicono molestate dai soliti produttori. Ma poi quelle femministe rimangono zitte e mute se la ragazza è una povera diciassettenne che vive a Novellara (RE) tra i campi.

Per settimane quelle “femministe” hanno ignorato il caso, non solo ma certi intellettuali, o sedicenti tali, guardano a questi casi come fenomeni culturali e religiosi, e quindi in qualche modo da non contestare («È nella loro cultura»), e non come violenza contro le donne per paura di essere additati come razzisti e quindi si guardano bene dal prendere posizione. 

Intanto l’Unione delle Comunità Islamiche d’Italia ha annunciato che, in concerto con l’Associazione Islamica degli Imam e delle Guide Religiose, emetterà una fatwa contro i matrimoni combinati forzati e l’altrettanto tribale usanza dell’infibulazione femminile. Mi fa piacere leggere sul loro sito che “sono comportamenti che non possono trovare alcuna giustificazione religiosa, quindi assolutamente da condannare, e ancor di più da prevenire”.

Prima del caso di Saman c’era stato quello di Hina Saleem, uccisa a Brescia nel 2006, e di Sana Cheema, nata in Italia e ammazzata in Pakistan nel 2018. La loro fatwa arriva con 15 anni di ritardo. Meglio tardi che mai.

Daniela Santanchè

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