“Un sogno chiamato bebè”. Dietro questa in apparenza innocente etichetta si nasconde una fiera che dovrebbe aprirsi a Milano nel maggio del prossimo anno.
Leggo sulle edizioni online dei quotidiani Avvenire e il Giornale che “Un sogno chiamato bebè” sarà l’edizione italiana del Salone della procreazione assistita “Désir d’enfant”, tenutosi a Parigi ai primi di settembre.
La testimonianza apparsa su Avvenire è inquietante, sembra uscita da un brutto film di fantascienza: «Tra gli stand di “Désir d’enfant”, che pubblicizzano anche la maternità surrogata, pure le madri hanno un prezzo. I donatori di gameti si scelgono su catalogo. E ci sono i “trucchi” per risparmiare».
Il Giornale ci informa che «La fiera dell’utero in affitto “Un sogno chiamato bebè” sarebbe vietata in Italia, ma ai padroni della manipolazione genetica evidentemente non si può dire di no, alla faccia di ciò che resta della legge 40 che proibisce la pratica e la pubblicità».
Il corpo della donna svilito, commercializzato, usato come una macchina. L’aspetto più bello e sacro della femminilità, il diventare mamma, trasformato in una prestazione da contabilizzare, mercificato.
Leggiamo il racconto del Giornale e spaventiamoci: «Nel 2016 una donna ucraina fu costretta causa guerra a partorire in anticipo i suoi due gemelli. Uno è morto, l’altra ha un ritardo intellettivo e motorio. Siccome si aspettavano un figlio perfetto, i genitori ne hanno amorevolmente chiesto la soppressione. Ma Bridget vive, ha più di 4 anni e mezzo ed è confinata in un orfanotrofio. Come una bambola fallata con cui nessuno vuole giocare più».

Daniela Santanchè

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