tratto da Libero quotidiano del 08/02/2020
Caro direttore,
Giorgia Meloni è rea di un fatto gravissimo, secondo il mainstream: ragiona con la propria testa, non si allinea e, guardi un po’, rimane coerente con le promesse fatte agli elettori.
Una colpa sì grave da scatenare i pruriti dei suoi colleghi de La Stampa che per lederne la credibilità non hanno trovato di meglio che prendersela con una bambina in età prescolare. Il suo collega Giannini sulle sue colonne ha infatti ospitato queste parole: «…Comprensivo di sensi di colpa perché la politica la tiene lontana dalla figlia piccola, Ginevra, prodotta con la collaborazione del compagno». Ora, io mi ci sono anche applicata parecchio ma cosa abbia a che fare la piccola e meravigliosa Ginevra con il “no” di Fratelli d’Italia al sostegno del governo Draghi francamente mi sfugge. Non mi è invece difficile cogliere il doppiopesismo morale con cui si maneggiano le parole rispetto agli schieramenti politici. Siamo in una Nazione in cui si pranza col politicamente corretto, in cui un ex presidente della Camera ha fatto ristampare l’intero materiale d’ufficio perché vi fosse impresso «La Presidente». Elogi diffusi, allora. Una Laura Boldrini tanto attenta alla guerra al maschilismo che sorprende (quasi) sempre per distrazione quando è una sua collega d’area centrodestra ad essere vittima di bodyshaming o di leoni da tastiera. Eppure, in questa Nazione ossessionata, ipocritamente e falsamente, dalla maternità e dall’emancipazione femminile, accade che l’essere mamma diventi una debolezza politica.
Un fronte su cui sbertucciare. Se il politico è donna si può valicare il sacro confine della sfera privata e gettare in pagina una bimba che da figlia diventa un «prodotto». Perché questo (e grazie a Dio che è così) non avviene a uno a caso tra i tanti Zingaretti? Sempre su La Stampa, l’hanno anche chiamata «postfascista modello Dio, Patria e Famiglia», Giorgia Meloni. Una signora che oltre a essere stata il ministro più giovane della storia della Repubblica è anche il solo leader donna in Italia, una signora classe ’77, nata trentadue anni dopo la caduta del Regime. Capisco lo sforzo velleitario di schiacciarne la figura, ma questo continuo giocare con la storia lascia trasparire argomenti politici troppo deboli. Quasi quanto l’essersela presa con sua figlia. Sfugge, il mio leader, agli incasellamenti, agli accordi carbonari sulle spalle del popolo. Dà fastidio, comprendo. Ma Fratelli d’Italia nacque proprio in discontinuità col sostegno al governo tecnico di Monti. Non bastasse, quella Giorgia che sì è «Patria e Famiglia», cose che ci piace rivendicare con orgoglio, lo ha dichiarato negli anni che col Movimento Cinque Stelle e col Pd non saremmo mai andati al governo. A costo di lottare gomiti alti all’opposizione, a volte soli, sempre attenti e all’ascolto degli italiani. Oggi non chiediamo poltrone, ancora una volta. Ancora una volta una sola faccia, una sola parola, un solo motto: noi non tradiamo! La Meloni è una bella spina nel fianco per il conformismo di questi giorni, lo so. Ma di grazia, la piccola Ginevra non dovrebbe essere mai tirata in mezzo, se teniamo a un senso minimo del decoro. Anche perché diventerà una di quelle donne libere e forti che certi torti non li perdonerà.



